
Lo stress da lavoro è una condizione psicofisica che si manifesta quando le richieste e le pressioni dell’ambiente lavorativo superano le capacità del lavoratore di gestirle. Non si tratta di una semplice stanchezza passeggera, ma di un vero e proprio rischio per la salute, riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e regolato dalla normativa italiana in materia di sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81/2008).
Può derivare da fattori come carichi eccessivi di attività, scadenze troppo serrate, mancanza di riconoscimento professionale, conflitti interni o assenza di equilibrio tra vita privata e lavorativa. Quando non gestito, lo stress lavoro-correlato può tradursi in disturbi fisici e psicologici, assenze ripetute e, nei casi più gravi, in un danno risarcibile.

Il datore di lavoro ha precisi obblighi di legge per tutelare la salute e la sicurezza dei dipendenti, compreso lo stress lavoro-correlato, che è considerato un vero e proprio rischio professionale.
In particolare l’azienda deve:
Valutare i rischi: attraverso il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), il datore di lavoro è tenuto a includere anche i fattori legati a stress, burnout, turni pesanti e squilibri organizzativi.
Adottare misure preventive: organizzare turni sostenibili, evitare carichi di lavoro eccessivi, favorire una comunicazione chiara e ridurre i conflitti interni.
Formare e informare i lavoratori: fornire strumenti per riconoscere e gestire i segnali di stress e creare canali di ascolto.
Intervenire in caso di criticità: se emergono situazioni di forte disagio, l’azienda deve intervenire tempestivamente per correggere l’organizzazione del lavoro o supportare il dipendente.
Garantire un ambiente sicuro: la legge prevede che il datore di lavoro debba sempre assicurare condizioni tali da proteggere la salute fisica e mentale del lavoratore.
Se questi obblighi non vengono rispettati e lo stress si traduce in un danno alla salute, il dipendente può agire per ottenere un risarcimento.
Il dipendente stressato ha diritto al risarcimento del danno anche in assenza di mobbing. Questa è la posizione assunta dalla Corte di Cassazione, sezione lavoro, con l’ordinanza del 16 febbraio 2024 n. 4279, che individua in capo al datore di lavoro la responsabilità dello stress subito dal lavoratore.
La decisione rappresenta un punto di svolta importante: non è necessario dimostrare la sussistenza di comportamenti persecutori (mobbing), ma è sufficiente provare l’esistenza di un ambiente di lavoro stressogeno e nocivo, tale da ledere la salute psicofisica del dipendente.
Il caso riguardava una lavoratrice del pubblico impiego che lamentava dequalificazione professionale e un clima teso con i colleghi. La Suprema Corte ha stabilito che:
il lavoratore deve allegare le mansioni effettivamente svolte, il comparto di appartenenza e il livello di inquadramento;
il giudice deve confrontare tali elementi con la contrattazione collettiva per verificare eventuali incoerenze;
anche in assenza di mobbing, il giudice deve accertare se il datore di lavoro abbia omesso le misure necessarie a tutelare la salute dei dipendenti, come previsto dall’art. 2087 c.c.
Al lavoratore spetta l’onere di provare l’esistenza del danno e il nesso causale con l’ambiente di lavoro.
Al datore di lavoro, invece, spetta l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le misure possibili e necessarie per evitare l’insorgere di condizioni lesive.
Secondo la Cassazione, è “illegittimo che il datore di lavoro consenta, anche colposamente, il mantenersi di un ambiente stressogeno fonte di danno alla salute dei lavoratori”. Questo rientra nella responsabilità colposa prevista dall’art. 2087 c.c., che impone all’imprenditore di garantire l’integrità fisica e morale dei dipendenti.
La pronuncia della Corte non ha ancora definito in via definitiva la causa, avendo rinviato per un nuovo giudizio di merito. Tuttavia, costituisce un precedente rilevante per future vertenze in tema di stress e disagio psicosociale.
Per i datori di lavoro, diventa ancora più importante la valutazione del rischio stress lavoro-correlato, obbligatoria ai sensi del D.Lgs. 81/2008. Tale valutazione non è solo un adempimento normativo, ma anche un’opportunità per dimostrare la corretta gestione delle risorse umane e prevenire contenziosi.

Quando si parla di disagio psicologico sul posto di lavoro, spesso si tende a confondere stress e mobbing, ma dal punto di vista giuridico e medico le due condizioni sono ben distinte.
Lo stress lavoro-correlato è una situazione di squilibrio che si verifica quando le richieste dell’ambiente lavorativo superano le capacità del dipendente di gestirle. Può derivare da carichi di lavoro eccessivi, conflitti con i colleghi, mancanza di riconoscimento o di prospettive di crescita. Non presuppone comportamenti intenzionali da parte dei superiori o dei colleghi: basta che l’organizzazione del lavoro generi un ambiente nocivo e dannoso per la salute.
Il mobbing, invece, richiede una condotta sistematica, mirata e persecutoria nei confronti del lavoratore. Si configura quando il dipendente subisce, per un periodo prolungato, azioni di emarginazione, denigrazione o pressione psicologica, finalizzate a isolarlo o spingerlo a lasciare l’azienda.
La recente giurisprudenza della Cassazione ha chiarito un punto fondamentale:
Oggi il lavoratore può ottenere un risarcimento del danno anche senza dimostrare mobbing, purché riesca a provare che l’ambiente di lavoro fosse oggettivamente stressogeno e lesivo della propria salute.
Questo orientamento amplia la tutela del dipendente, spostando l’attenzione non solo sui comportamenti persecutori, ma anche sulla responsabilità organizzativa del datore di lavoro, chiamato a garantire un contesto sicuro e rispettoso del benessere psicofisico dei propri collaboratori.
In una causa per danno da stress lavoro-correlato, la questione centrale riguarda l’onere della prova: chi deve dimostrare cosa e con quali strumenti.
Il dipendente che ritiene di aver subito un danno deve fornire elementi concreti per dimostrare:
Lo stato di salute compromesso: referti medici, certificazioni psicologiche o psichiatriche, documentazione sanitaria che attesti ansia, depressione, insonnia o altre patologie collegate allo stress.
Il nesso causale con l’attività lavorativa: collegare i disturbi all’ambiente di lavoro e non ad altre situazioni personali.
Testimonianze di colleghi o persone a conoscenza del clima aziendale.
Documenti aziendali: turni, orari di lavoro, carichi di attività, mail interne, report o circolari che dimostrino un’organizzazione nociva o pressante.
Il lavoratore, quindi, non deve limitarsi a denunciare un disagio, ma deve provare il danno e il collegamento con l’attività lavorativa.
Il datore di lavoro, dal canto suo, ha l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie a prevenire il rischio di stress, come richiesto dall’art. 2087 c.c. e dal D.Lgs. 81/2008. Può quindi difendersi presentando:
Documentazione della valutazione del rischio stress lavoro-correlato inserita nel DVR.
Piani di prevenzione con misure organizzative volte a ridurre i carichi e i rischi.
Formazione dei dipendenti su salute, sicurezza e gestione dello stress.
Politiche di welfare aziendale (supporto psicologico, flessibilità oraria, smart working, sportelli di ascolto, benefit).
Questa contrapposizione probatoria è essenziale:
Il lavoratore deve provare l’esistenza del danno e il nesso causale con l’ambiente di lavoro.
L’azienda deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per evitarlo.
Solo attraverso questo bilanciamento il giudice può stabilire se vi sia responsabilità del datore di lavoro e quindi il diritto al risarcimento.

Quando lo stress lavoro-correlato provoca conseguenze concrete sulla salute e sulla vita del dipendente, il lavoratore può chiedere un risarcimento del danno. La giurisprudenza riconosce diverse tipologie di danno, ciascuna con caratteristiche specifiche.
È il danno alla salute fisica o psichica, oggettivamente accertabile tramite certificazioni mediche o perizie specialistiche. Può comprendere ansia, depressione, disturbi del sonno, patologie cardiovascolari o altre conseguenze cliniche provocate dallo stress.
È la forma di danno più rilevante, perché incide direttamente sull’integrità psicofisica del lavoratore.
Riguarda la sofferenza interiore e il dolore vissuto a causa della condizione lavorativa nociva. Non richiede necessariamente una malattia clinicamente accertata, ma deve essere provato con elementi concreti (testimonianze, perizie psicologiche, circostanze fattuali).
Si traduce nella sofferenza vissuta durante il periodo di stress, anche se non lascia conseguenze permanenti.
È il peggioramento della qualità della vita del lavoratore, come la compromissione delle relazioni familiari, sociali o delle attività quotidiane. Lo stress cronico, ad esempio, può ridurre la capacità di coltivare hobby, rapporti personali o vita sociale.
Si configura quando il disagio si riflette nella vita privata, oltre l’ambito strettamente lavorativo.
Il riconoscimento e la quantificazione del danno spettano al giudice, che decide caso per caso sulla base di:
perizie mediche e psicologiche;
testimonianze e documentazione raccolta;
precedenti giurisprudenziali.
Il giudice deve quindi verificare se lo stress ha prodotto un danno reale, distinguendo tra semplici disagi passeggeri e situazioni lesive tali da giustificare un risarcimento economico.
Affrontare una situazione di stress da lavoro non è semplice né per i dipendenti né per i datori di lavoro. Le conseguenze possono tradursi in cause giudiziarie complesse, dove è fondamentale avere al proprio fianco professionisti esperti in diritto del lavoro.
Lo Studio Legale Fabrizi offre assistenza sia ai lavoratori che alle aziende:
Per i lavoratori:
valutazione della documentazione medica e lavorativa;
assistenza nella raccolta delle prove e nella ricostruzione del nesso tra stress e ambiente di lavoro;
avvio di procedimenti per il riconoscimento del danno e la richiesta di risarcimento.
Per le aziende:
consulenza per la corretta applicazione dell’art. 2087 c.c. e del D.Lgs. 81/2008;
supporto nella predisposizione della valutazione del rischio stress lavoro-correlato e nelle politiche di prevenzione;
difesa legale in caso di contenziosi con i dipendenti.
Grazie a un approccio basato sull’esperienza e sull’aggiornamento costante, lo Studio Legale Fabrizi rappresenta un punto di riferimento per chiunque voglia tutelare i propri diritti o prevenire rischi legali connessi allo stress lavorativo.
Fax: 06-56561324

Sì. La Cassazione (ordinanza n. 4279/2024) ha chiarito che il risarcimento è possibile anche in assenza di mobbing, purché il dipendente dimostri che l’ambiente di lavoro era nocivo e causa di danno alla salute.
Il lavoratore può presentare referti medici e psicologici, testimonianze, documenti aziendali, turni e-mail interne che mostrino un clima lavorativo insostenibile. Sarà poi il giudice a valutare caso per caso.
Il datore di lavoro deve dimostrare di aver rispettato gli obblighi di legge: valutazione del rischio stress nel DVR, misure organizzative di prevenzione, corsi di formazione e politiche di welfare. Questi elementi possono ridurre o escludere la responsabilità.